Si immagini un contesto in cui si lavori solo due giorni a settimana. Non il sogno di uno studente in sessione, ma una previsione reale fatta da uno che di futuro se ne intende: Bill Gates. Il co-fondatore di Microsoft, noto per aver previsto cose come gli smartphone o gli assistenti vocali già nel 1999, ha dichiarato che entro dieci anni potremmo assistere a una settimana lavorativa ridotta drasticamente. L’ha detto con una domanda retorica, in realtà, al Tonight Show: “Lavoreremo solo due o tre giorni alla settimana?”. Ma non era la prima volta che ci pensava: già con l’arrivo di ChatGPT aveva accennato a un futuro in cui le macchine fanno quasi tutto.
Ma non è detto che ci arriveremo davvero. Gates lancia una provocazione, non un piano. Alcuni cambiamenti si stanno già osservando, e potrebbero avere conseguenze diverse a seconda del settore e del contesto. Secondo alcune analisi, diverse professioni potrebbero essere parzialmente o totalmente trasformate dall’intelligenza artificiale, incluse quelle legate all’insegnamento o alla medicina. Altre attività, come l’agricoltura, i trasporti o la produzione, sono già soggette a forti processi di automazione. Al contrario, settori legati alla creatività o alla presenza scenica, come lo sport o lo spettacolo, potrebbero mantenere più a lungo una componente umana rilevante.
Una delle questioni emerse riguarda la visione del futuro del lavoro come periodo caratterizzato principalmente da maggiore libertà personale. Non è certo che l’assenza di lavoro corrisponda automaticamente a un maggiore benessere personale. Non è chiaro, in uno scenario di lavoro ridotto o assente, quale sarà il modello di sostegno economico adottato. E se tutto questo fosse possibile solo per i paesi più ricchi? Il problema non è tanto lavorare meno, ma capire come distribuire la ricchezza e dare un senso al tempo che resta. Forse, più che sognare il weekend lungo, potrebbe essere utile interrogarsi su quale modello di lavoro e di vita sarà auspicabile nel futuro.










