In Italia, la salute della popolazione immigrata resta un’emergenza invisibile. Non esistono indicatori dedicati nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), e manca un monitoraggio sistematico delle condizioni sanitarie di oltre il 10% della popolazione. Secondo Salvatore Geraci (Caritas di Roma), occorrerebbe un approccio più attento verso chi vive in maggiore fragilità sociale.
Un esempio virtuoso arriva dal Poliambulatorio Caritas vicino alla stazione Termini dove i pazienti vengono accompagnati verso i percorsi del Servizio sanitario nazionale. Tuttavia, i divari rimangono evidenti, soprattutto per le donne immigrate. Circa il 20% dei parti in Italia riguarda madri straniere, ma il loro percorso nascita è spesso ostacolato da barriere linguistiche, economiche e culturali.
Come riportato da Il Sole 24 Ore, le donne straniere effettuano visite più tardive e in numero ridotto rispetto alle italiane. Il 10,5% inizia il percorso oltre il primo trimestre (contro l’1,9% delle italiane) e molte non eseguono controlli fondamentali in gravidanza. Il rischio di mortalitàmaterna è doppio, e l’adesione ai corsi preparto è del 30% inferiore.
Anche i neonati stranieri presentano uno svantaggio evidente. La mortalità neonatale è più alta del 55% rispetto ai bambini italiani, mentre la mortalità infantile segna un +61%. Questi dati, legati a condizioni sociali e accesso ai servizi, rivelano profonde disuguaglianze. Le difficoltà, inoltre, non si fermano alla maternità: i tumori sono la principale causa di morte tra gli immigrati, ma l’adesione ai programmi di screening gratuiti è inferiore rispetto alla popolazione italiana, nonostante gli inviti formali. Un quadro che riflette una fragilità sanitaria ancora troppo trascurata.










