Negli ultimi mesi Donald Trump ha intensificato gli attacchi contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, trasformando quello che era già un rapporto teso in una vera e propria offensiva pubblica. L’episodio più recente è avvenuto durante lo U.S.Saudi Investment Forum a Washington, dove Trump, con toni particolarmente duri, ha dichiarato di voler “licenziare” Powell e lo ha accusato di avere “seri problemi mentali”. Sul palco, rivolgendosi al Segretario al Tesoro Scott Bessent, ha insistito perché intervenisse sui tassi d’interesse, definiti troppo alti, arrivando persino a minacciare anche lui di rimozione se la situazione non cambierà.
Queste uscite non rappresentano un caso isolato. Trump critica Powell da anni, ma nel 2025 gli attacchi sono diventati più frequenti e personali. Alla base c’è la convinzione del presidente che la politica monetaria della Fed, in particolare il mantenimento dei tassi su livelli elevati, stia rallentando l’economia e danneggiando consumatori e mercato immobiliare. Per Trump, tassi più bassi favorirebbero crescita, prestiti più convenienti e risultati economici migliori, un elemento che considera cruciale anche sul piano politico.
A pesare è anche lo scontro più ampio tra l’indipendenza della Federal Reserve e il desiderio di Trump di avere maggiore influenza sulla politica monetaria. La legislazione americana rende però estremamente difficile rimuovere il presidente della Fed senza motivazioni tecniche precise, motivo per cui molte delle sue minacce hanno un valore più retorico che operativo. Alcuni osservatori sostengono inoltre che Powell sia diventato un bersaglio utile per spostare l’attenzione da eventuali criticità della strategia economica dell’amministrazione.












