Era il 18 agosto 1966 quando IwaoHakamada, ex pugile, venne arrestato con l’accusa di aver ucc*so il suo datore di lavoro, la moglie e i loro due figli.
In un primo momento confessò, ma poi ritrattò tutto, denunciando di essere stato costretto dalla polizia con minacce e violenze.
Due anni dopo, nel 1968, arrivò la condanna a m*rte. Una decisione presa a maggioranza: due giudici favorevoli e uno contrario. Quel giudice, sei mesi più tardi, si dimise, sconvolto da una sentenza che non riusciva a condividere.
Per decenni, la vita di Hakamada è rimasta congelata nel braccio della m*rte. Poi, la svolta: un test del DNA ha dimostrato che le prove su cui si basava la condanna erano state manipolate e nel 2014, dopo 48 anni di carcere, viene rilasciato in attesa di un nuovo processo. Ma è solo nel 2023 che arriva l’assoluzione definitiva.
Oggi lo Stato giapponese gli riconosce un risarcimento di 217 milioni di yen (circa 1,3 milioni di euro), l’equivalente di circa 78 euro per ogni giorno trascorso da innocente in cella. Secondo il suo avvocato, si tratta del più alto risarcimento mai concesso per un errore giudiziario in Giappone. “Lo Stato ha commesso un errore irreparabile”, ha dichiarato.
Ma nessun risarcimento potrà cancellare le conseguenze di quegli anni. La sorella di Iwao racconta che spesso fatica a distinguere la realtà, vive in un suo mondo e non hanno mai voluto parlargli del processo e della vita in carcere, per non peggiorare il suo stato mentale già molto fragile.
Il caso ha scosso l’opinione pubblica e riaperto un dibattito mai sopito: quello sulla pena di m*rte in Giappone. In un Paese dove, secondo il Ministero della Giustizia, il tasso di condanna sfiora il 99%, la storia di Hakamada ha acceso i riflettori su un sistema che molti oggi considerano urgente riformare.










