Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare il primo shutdown in sette anni, una crisi politica che ha paralizzato il governo federale durante il secondo mandato di Donald Trump. Il blocco nasce dall’impossibilità di repubblicani e democratici di raggiungere un accordo sul finanziamento del governo: i repubblicani proponevano una “continuing resolution”, cioè una proroga temporanea dei fondi fino al 21 novembre per guadagnare tempo, mentre i democratici volevano affrontare subito la spesa sanitaria chiedendo di includere la proroga dei sussidi e la cancellazione dei tagli da 1.000 miliardi di dollari a Medicaid, il programma pubblico che aiuta le fasce più povere. Lo scontro ha portato al rifiuto della misura repubblicana da parte di tutti i democratici, tranne tre.
Il risultato è che circa 750.000 dipendenti federali sono stati messi in congedo temporaneo non retribuito, mentre i lavoratori considerati essenziali, come militari e forze dell’ordine, continuano a lavorare senza stipendio. I servizi pubblici sono ridotti, mentre dati economici fondamentali, come i rapporti sull’occupazione, vengono rinviati. Secondo il Congressional Budget Office, lo shutdown costa all’economia americana circa 400 milioni di dollari al giorno. Già l’ultimo blocco del 2018-2019, durato oltre un mese, aveva comportato una perdita di 11 miliardi di dollari, di cui 3 mai recuperati.
Nel frattempo, le dichiarazioni dei leader politici non fanno che accentuare lo scontro: Trump accusa i democratici di volere lo shutdown e minaccia licenziamenti di massa, mentre il repubblicano John Thune ribadisce che “i democratici hanno scelto di chiudere il governo, ma possiamo riaprirlo domani”. Dal fronte opposto, Chuck Schumer si dice disponibile a negoziare, ma solo in modo realmente bipartisan.













