La mobilitàsanitaria in Italia evidenzia un divario sempre più marcato tra Nord e Sud. Nel 2022, oltre 5 miliardi di euro sono stati trasferiti dal Mezzogiorno alle Regioni settentrionali per cure fuori sede. Un fenomeno che non riguarda più solo la ricerca di centri d’eccellenza, ma la mancanza di servizi essenziali nelle Regioni meridionali.
Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto cumulano il 94,1% della mobilità in entrata, mentre Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Lazio e Abruzzo sono le principali Regioni da cui partono i pazienti, generando quasi l’80% della mobilità passiva. Il saldo negativo più alto si registra in Campania (-308,4 milioni), Calabria (-304,8 milioni) e Sicilia (-241,8 milioni).
Come riportato da Il Sole 24 Ore, secondo la Fondazione Gimbe, la spesa per cure fuori Regione è cresciuta del 18,6% rispetto al 2021, ben oltre il recupero post-Covid. Sempre più cittadini sono costretti a spostarsi per trattamenti di routine, come fratture o interventi ortopedici, a causa della carenza di strutture e della sfiducia nel sistema sanitario locale.
Un dato allarmante riguarda la sanitàprivata accreditata, che ha ricevuto 1,87 miliardi di euro per prestazioni extra-regionali, pari al 54,4% della spesa per mobilità sanitaria. Questo sottolinea come, oltre alla carenza di ospedali pubblici, i pazienti scelgano il privato per ridurre le liste d’attesa e ottenere cure di qualità.
Per Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, questi numeri dimostrano che la mobilità sanitaria non è più una scelta, ma una necessità dettata dalle disuguaglianze. Il divario Nord-Sud rischia di aggravarsi con l’autonomia differenziata, che potrebbe accentuare ulteriormente le disparità nell’accesso alle cure.
Nel 2023, secondo i primi dati Agenas, la spesa per i soli ricoveri fuori Regione ha già raggiunto quasi 3 miliardi di euro. Gli accordi tra Regioni confinanti, promossi per ridurre il fenomeno, restano pochi e con effetti ancora limitati:










