Il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba ha annunciato oggi, 7 settembre 2025, la sua intenzione di dimettersi. Non si tratta ancora di dimissioni formali, ma di una decisione politica che appare ormai inevitabile: il Partito Liberal Democratico (LDP) voterà nei prossimi giorni per stabilire la successione. Ishiba rimane quindi premier in carica, ma il suo passo indietro ha già aperto la corsa alla leadership.
La motivazione ufficiale della scelta è quella di evitare una frattura interna al LDP, dopo le pesanti sconfitte elettorali che hanno privato il partito della maggioranza sia alla Camera Bassa che alla Camera Alta. Tuttavia, dietro le dimissioni c’è anche un quadro economico che ha contribuito in modo determinante a indebolire il governo e la sua leadership.
Negli ultimi due anni il Giappone ha affrontato un grande aumento del costo della vita: i prezzi di cibo ed energia sono cresciuti, mentre i salari reali sono rimasti quasi fermi. Questo ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini, alimentando la percezione di insicurezza economica. Allo stesso tempo, la crescita economica è rimasta debole: nel 2024 il PIL è aumentato solo dello 0,7% e le stime per il 2025 restano sotto l’1%, segnali di un Paese che fatica a uscire dalla stagnazione.
Sul fronte dei conti pubblici, il Giappone continua a convivere con un debito enorme, superiore al 250% del PIL, il più alto al mondo. Finora è stato gestibile grazie agli acquisti della Banca del Giappone, ma resta un vincolo pesante che limita la possibilità di politiche fiscali espansive. A questo si aggiunge la crisi demografica: la popolazione è scesa sotto i 123 milioni e diminuisce ogni anno, con meno lavoratori attivi e sempre più anziani da sostenere, mettendo pressione su sanità e pensioni.
Anche la politica monetaria vive una fase complessa. La Banca del Giappone ha iniziato a ridurre gli stimoli e valuta rialzi dei tassi, ma muoversi troppo rapidamente potrebbe frenare ulteriormente una crescita già fragile.
















