Negli ultimi anni, il tema della riduzione dell’orario di lavoro ha guadagnato attenzione nel dibattito pubblico e politico, sia in Italia che all’estero.
Studi e casi concreti dimostrano che una minore durata della settimanalavorativa può migliorare produttività e benessere, ma la sua attuazione solleva questioni economiche e normative.
In questo contesto si inserisce la propostadilegge in discussione, che mira a ridurre l’orario settimanale da 40 a 32 ore a parità di salario, con misure di supporto alle imprese e strumenti di monitoraggio.
Il primo passo è l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sull’orario di lavoro presso l’Inapp, che monitorerà l’impatto economico della riforma, analizzerà l’innovazione tecnologica nelle aziende coinvolte e presenterà una relazione annuale al Parlamento.
Per incentivare le aziende, nei primi 36 mesi dall’entrata in vigore della legge sono previsti esoneri contributivi: 30% per le imprese in generale, 50% per le PMI e 60% per i lavori gravosi, tra cui edilizia, trasporti, sanità e gestione rifiuti. Un decreto ministeriale definirà i criteri di applicazione, escludendo agricoltura e lavoro domestico.
Se i contratti collettivi non prevedono la riduzione dell’orario, almeno il 20% dei lavoratori di un’azienda può proporre un contratto tramite referendum. L’approvazione richiede la maggioranza dei dipendenti e il consenso del datore di lavoro entro 30 giorni.
In caso di bocciatura, la proposta può essere ripresentata dopo 180 giorni. Alla scadenza degli incentivi, il governo potrà ridurre ufficialmente l’orario di lavoro con un decreto. Se almeno il 20% dei lavoratori di un settore ha già adottato la settimana corta, la riduzione minima sarà del 10%. Per finanziare la transizione, sono stanziati 50 milioni di euro nel 2024 e 275 milioni di euro annui per il 2025 e 2026, coperti con una riduzione del Fondo nuove competenze.










