Nel 1973, un particolare sistema pensionistico italiano, noto come “baby pensioni”, fu introdotto durante il governo presieduto da Mariano Rumor. Una norma che rifletteva le esigenze sociali ed economiche dell’epoca, ma che ha lasciato un’eredità complessa e discussa.
Oggi, quasi 400.000 persone in Italia ricevono un assegno previdenziale da oltre 40 anni. L’età media di accesso alla pensione per i baby pensionati era straordinariamente bassa: 36,4 anni per gli uomini e 39,5 anni per le donne. Questo fenomeno, che garantisce un assegno pensionistico anche per decenni, rappresenta un onere significativo per lo Stato, con un costo annuale stimato di circa 9 miliardi di euro. Molti beneficiari ricevono la pensione da ben 38 anni, dopo aver lavorato solo 15, una situazione che va ben oltre il paletto ideale di 20-25 anni di durata della pensione.
Nel 2023, l’età media di pensionamento per le diverse categorie risulta notevolmente più alta: 67,5 anni per la pensione di vecchiaia, 61,5 anni per l’anticipata, 55,7 anni per le pensioni di invalidità, e addirittura 77,7 anni per le prestazioni ai superstiti nel settore privato maschile. Le riforme introdotte negli anni hanno innalzato i requisiti di pensionamento, rendendo il sistema più sostenibile. Tuttavia, si prevede che il sistema previdenziale possa reggere fino al 2035-2040, quando la maggior parte dei baby boomer avrà completato il ciclo pensionistico.










