Il mondo del lavoro in Italia sembra poco allineato con le aspettative dei giovani. Secondo un’indagine, il 37% vorrebbe un lavoro ibrido e il 38% preferirebbe lavorare completamente da remoto.
Tuttavia, molte aziende italiane restano ancorate a una mentalità tradizionale che associa la produttività alla presenza fisica in ufficio. Inoltre, ci sono pochi investimenti nella tecnologia necessaria per supportare il lavoro da remoto.
Questo disallineamento porta molti talenti a trasferirsi all’estero o a scegliere aziende più flessibili. Il problema non riguarda solo un settore: coinvolge laureati in materie scientifiche, economiche e umanistiche. Per esempio, in Italia il 90% delle offerte di lavoro nel campo della tecnologia richiede la presenza in ufficio, mentre in Spagna il 50% delle posizioni è da remoto.
All’estero, la situazione è diversa. Negli Stati Uniti, il 30% delle offerte è per lavori ibridi e il 6% è completamente remoto. Nel Regno Unito, queste percentuali sono rispettivamente del 44,5% e del 3%. In Spagna, il 41% delle posizioni è ibrido e il 2,5% da remoto. In Italia, invece, solo il 20,6% delle offerte è ibrido e appena lo 0,7% remoto.
Secondo i dati raccolti da Joinrs nella sua indagine “Data Loop”, il panorama per i neolaureati italiani è ancora più netto: quasi 8 offerte su 10 (78,6%) richiedono di lavorare in presenza. Solo il 20,6% delle posizioni è in modalità ibrida e appena lo 0,7% consente di lavorare interamente da remoto.
La generazione Z, che rappresenta oggi solo il 13% della forza lavoro italiana, diventerà il 58% entro il 2030. Tuttavia, tra il 2011 e il 2023, oltre 550mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, e metà di loro erano laureati. Questo fenomeno rischia di aumentare senza cambiamenti significativi.










