Meta, LinkedIn e X hanno deciso di fare ricorso contro l’accusa di aver evaso l’Iva per un totale di 1,14 miliardi di euro. L’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza sostengono che le tre big tech abbiano ottenuto dati personali dagli utenti in cambio di servizi digitali gratuiti, senza dichiarare nulla al fisco. Secondo la Procura, si tratta di vere e proprie prestazioni da tassare.
Le cifre sono altissime: 887 milioni per Meta, 140 milioni per LinkedIn e 12,5 milioni per X. Le aziende, invece di trovare un accordo per chiudere la questione fuori dal tribunale (come avveniva spesso in passato con il cosiddetto “rito ambrosiano”), hanno scelto di andare avanti per vie legali, rinunciando alla possibilità di evitare il processo penale pagando quanto richiesto.
Nel frattempo, l’Italia ha deciso di chiedere un parere ufficiale alla Commissione Europea, nello specifico al Comitato Iva di Bruxelles, per capire se davvero questo scambio di dati può essere considerato una transazione soggetta a Iva. Un precedente parere europeo del 2018 diceva di no: secondo quel documento, gli utenti non hanno un vero contratto con le piattaforme, e i dati forniti sono troppo variabili (e anche falsificabili) per essere considerati una “valuta”.
Tuttavia, c’è un’eccezione: se si riuscisse a dimostrare che i dati hanno un valore preciso e che sono collegati in modo diretto ai servizi offerti (come video, messaggi, post), allora si potrebbe parlare di base imponibile, cioè di una somma su cui applicare l’Iva.













