Nel 2022, il numero totale di lavoratori dipendenti e autonomi in Italia ha raggiunto i 23,1 milioni, mentre le pensioni erogate sono state 22,8 milioni, con un saldo positivo di 327mila. Tuttavia, la prospettiva di un aumento delle pensioni nel 2023 potrebbe accentuare ulteriormente il divario tra lavoratori e pensionati.
In particolare, la situazione nel Mezzogiorno è preoccupante, dove, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, già oggi si contano più pensioni che stipendi. Questa tendenza, secondo le previsioni, è destinata a estendersi al resto d’Italia entro il 2028, complicando la sostenibilità economica del sistema previdenziale e sanitario del Paese. Entro tale data, si prevede che 2,9 milioni di italiani usciranno dal mercato del lavoro, con 2,1 milioni di queste uscite concentrate nel Centro-Nord. Tuttavia, la capacità di rimpiazzare questi lavoratori risulta compromessa dalla crisi demografica, creando ulteriori tensioni sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità del welfare.
Il 2022 ha evidenziato squilibri significativi tra province, con alcune aree del Sud particolarmente colpite. Lecce, Napoli, Messina, Reggio Calabria e Palermo hanno registrato i saldi negativi più gravi, con un deficit rispettivamente di 97mila, 92mila, 87mila, 85mila e 74mila pensioni rispetto agli stipendi. Questi squilibri sono attribuibili a fattori quali denatalità, invecchiamento della popolazione, bassa occupazione e diffuso lavoro irregolare.
Anche nel Nord Italia, la situazione non è rosea. Undici province settentrionali, tra cui Genova, Ferrara, Alessandria, Biella e Savona, hanno registrato un saldo negativo, con più pensioni che stipendi. In particolare, tutte le province della Liguria e tre su otto del Piemonte si trovano in questa condizione. A livello nazionale, solo 47 delle 107 province italiane hanno un saldo positivo, con le uniche eccezioni nel Sud rappresentate dalle province di Cagliari (+10mila) e Ragusa (+9mila).










