Il numero chiuso alla facoltà di Medicina e Chirurgia è uno dei temi più caldi del momento: dopo l’annuncio del Si del Senato alla nuova proposta di legge relativa alla modifica dei metodi di selezione e di aumento del numero di posti disponibili, infatti, ora la parola passa alla Camera dei Deputati, che deciderà in merito al disegno di legge presentato dal Ministero dell’Istruzione.
Quello che tuttavia sfugge alla maggioranza dell’opinione pubblica, a causa soprattutto dell’informazione sensazionalistica delle maggiori testate nazionali, è che il numero chiuso, qualunque sarà il destino della proposta, non verrà eliminato. Ciò che la nuova manovra prevede, infatti, non è eliminare il numero programmato, ma spostare la selezione dei candidati al secondo semestre, ammettendo alla prova solo coloro i quali saranno riusciti a ottenere tutti i crediti formativi previsti dal piano di studi: la scrematura, di conseguenza, dovrà comunque essere effettuata.
Diventato legge nel 1999, l’accesso programmato aveva lo scopo di conformare la qualità della formazione universitaria agli standard imposti dall’Unione Europea e, al contempo, adeguare il numero di laureati al reale fabbisogno di organico del Servizio Sanitario Nazionale.
Va sottolineato inoltre come a fronte di circa 108.700 medici che andranno in pensione entro il 2032, 141.000 siano già in formazione: aumentare ulteriormente i posti disponibili, come annunciato dal Governo, non farebbe altro che creare un imbuto lavorativo del tutto ingestibile, e una pletora medica costretta, di conseguenza, a lavorare a basso costo e con un potere contrattuale pressoché azzerato.
La domanda fondamentale, alla luce di ciò, resta una sola: è davvero questo quello che vogliamo? Desideriamo davvero creare una generazione di futuri medici disoccupati o che, in alternativa, finiranno per emigrare all’estero verso paesi che, senza aver speso nemmeno un euro per la loro formazione, beneficeranno dei loro servizi?










