Con la crescita esponenziale della popolazione romana a partire dalla fine del III e l’inizio del II secolo a.C., la città di Roma si trovò a fronteggiare una sfida senza precedenti: ospitare un numero sempre maggiore di abitanti in uno spazio urbano che diventava sempre più congestionato.
Questa pressione demografica richiedeva soluzioni abitative rapide ed efficaci, che potessero rispondere alle esigenze di una società in continua espansione.
In questo contesto, divennero molto comuni a Roma le insulae (edifici a più piani). Questi edifici erano costruiti principalmente dagli aristocratici che li affittavano per ottenere profitti.
Le insulae, spesso costruite con materiali economici e pericolosi come l’opus craticium (graticcio di legno rivestito di argilla), erano altamente vulnerabili agli incendi.
Per ridurre i rischi, l’imperatore Augusto limitò l’altezza degli edifici a sette piani, ridotti poi a sei da Traiano. Nonostante queste normative, le condizioni di vita nelle insulae rimasero difficili e costose.
Gli affitti variavano a seconda dell’altezza del piano e della posizione dell’edificio. Le fonti indicano che una stanza o un piccolo appartamento nei piani superiori poteva costare tra i 100 e i 200 sesterzi (una delle principali monete utilizzate nell’antica Roma) all’anno, mentre i piani inferiori, considerati più sicuri e confortevoli, potevano arrivare a 400-600 sesterzi. Per dare un’idea del valore di questi importi, un operaio o un soldato romano guadagnava in media circa 900 sesterzi all’anno. Questo significa che un affitto di 200 sesterzi rappresentava circa il 20-25% del reddito annuale, una spesa considerevole per una famiglia.
Facendo invece un confronto con il presente, oggi, in molte città italiane, l’affitto può costare il 30-40% del reddito medio annuale, soprattutto in aree centrali o ben servite. Nonostante le differenze storiche, è evidente che vivere in affitto a Roma richiedeva un notevole impegno economico, simile a quello che affrontiamo oggi.










