La Cassazione, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, ha stabilito in una sentenza che gli abiti usati raccolti nei cassonetti dedicati o con il sistema porta a porta sono considerati rifiuti. Questo vale anche se chi li dona lo fa con un intento solidale. L’unica eccezione riguarda gli indumenti consegnati direttamente a enti benefici senza scopo di lucro, come previsto dalla legge 166/2016.
La difesa ha provato a sostenere che gli abiti non fossero rifiuti, visto che erano destinati alla solidarietà. Ma la Cassazione ha respinto questa argomentazione: un vestito smette di essere rifiuto solo dopo specifiche operazioni di recupero certificate. L’inchiesta ha rivelato che, l’azienda al centro dell’inchiesta, in due anni, ha raccolte circa 7mila tonnellate di vestiti senza alcun trattamento di igienizzazione, per ridurre i costi e velocizzare la vendita.
Questa attività si è rivelata un vero e proprio traffico illecito di rifiuti. Migliaia di tonnellate di abiti venivano rivendute senza igienizzazione, spacciate come “materie prime secondarie”. Inoltre, la società ha usato il logo della onlus “Africa nel cuore” senza che l’associazione ne traesse alcun beneficio. Il guadagno illecito stimato è di circa 2,5 milioni di euro, somma che è stata sequestrata dalle autorità.










