Alla fine, è successo: il regime di Bashar al-Assad in Siria è caduto. Nessun analista avrebbe mai potuto immaginare un crollo così repentino delle forze armate fedeli al precedente governo di Damasco. L’avanzata dei gruppi ribelli, di HTS - “Hay’at Tahrir al-Sham”, ovvero “Organizzazione per la Liberazione del Levante” -, racchiudenti al proprio interno numerose forze di matrice sunnita - anche radicale, tra le altre -, e di altri gruppi militari di differente origine e ideologia è stata inesorabile. Le azioni sono diventate sempre più incisive e coordinate una volta constatata la debolezza delle forze governative.
Assad era al potere sin dal 2000, anno in cui è succeduto a suo padre, Hafiz al-Assad. Numerose le accuse di violazione di diritti umani e dei principi democratici nei suoi confronti, divenute ancor più frequenti dopo la stagione delle “Primavere Arabe” del 2011.
Perché un crollo così rapido? Le motivazioni sono molteplici e difficilmente sintetizzabili. Tuttavia, semplificando, è possibile notare come il regime siriano, negli anni, abbia potuto contare sul sostegno di Russia e Iran, in cambio di collaborazioni strategiche - si veda, ad esempio, l’esistenza della base navale russa a Tartus, in grado di fornire uno sbocco sul Mar Mediterraneo, e della base aerea russa a Hmeymim -. Il coinvolgimento di queste realtà nei propri conflitti diretti o indiretti ha di fatto indebolito la posizione di Assad, privando il regime del fondamento su cui ha basato la propria autorità: la forza.
Difficile ipotizzare il futuro del Paese. Dopo la presa di Damasco, avvenuta nelle prime ore del mattino, il Premier siriano Mohammad Ghazi Al-Jalali ha promesso di voler avviare una transizione pacifica, auspicando elezioni libere. Di Assad, invece, si hanno poche e confuse notizie: non vi sono conferme sulla sua ubicazione.
Abu Mohammad al-Jolani, leader di HTS, cerca intanto legittimazione. Tuttavia, tra i tanti dubbi sul futuro, molti si interrogano sul futuro delle minoranze in Siria: cristiani, drusi e curdi.
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