Il congelamento dei fondi federali ad Harvard da parte dell’amministrazione Trump rappresenta uno dei più drastici interventi mai visti nel rapporto tra il governo e il sistema universitario statunitense. La decisione si inserisce nella più ampia campagna contro l’antisemitismo nei campus americani, promossa dalla Casa Bianca, e ha portato alla sospensione di 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni pluriennali, con un totale fino a 9 miliardi ora sotto esame.
Le richieste avanzate a Harvard sono state molteplici e precise: dallo scioglimento dei programmi DEI (Diversity, Equity & Inclusion) alla richiesta di analizzare e riequilibrare la presenza di opinioni politiche e culturali tra studenti, docenti e personale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggiore “diversità di opinione” all’interno dell’ateneo, fino alla modifica di corsi considerati responsabili di “precedenti gravi di antisemitismo”. Il governo ha inoltre imposto l’invio di report trimestrali fino al 2028 per monitorare i progressi compiuti.
Harvard, forte di un patrimonio da 53 miliardi di dollari, ha respinto al mittente le richieste, definendo l’intervento come un tentativo di imposizione e non di collaborazione. “Non possiamo permettere che il governo federale ci controlli”, ha dichiarato l’università, sottolineando la volontà di difendere l’autonomia accademica.
La risposta della task force governativa non si è fatta attendere, accusando Harvard di arroganza e irresponsabilità. Secondo il governo, ricevere fondi pubblici implica anche l’obbligo di rispettare le leggi sui diritti civili.
Un precedente recente arriva dalla Columbia University, che ha visto congelati 400 milioni di dollari di fondi federali. A differenza di Harvard, Columbia ha scelto di accettare alcune condizioni: ha vietato l’uso di maschere durante le proteste, aumentato i poteri della polizia universitaria e nominato un vice rettore per supervisionare le aree di studio su Medio Oriente, Sud Asia e Africa.










