Per anni è stata una tappa obbligata per migliaia di giovani europei. Londra era il posto dove bastava un biglietto low-cost, un curriculum e un pò di coraggio per iniziare una nuova vita.
Cameriere, barista, commesso: lavori umili ma onesti, utili per imparare l’inglese, mantenersi agli studi o provare a reinventarsi.
Ma quel modello l’Italian Dream in salsa britannica oggi riceve il colpo di grazia.
Il governo laburista di Keir Starmer sta per annunciare una stretta mai vista sull’immigrazione. E non è solo una questione politica: è un cambio di paradigma.
Le nuove regole renderanno praticamente impossibile ottenere un visto lavorativo per chi non ha già una laurea e una conoscenza fluente dell’inglese.
A essere penalizzati saranno proprio quei profili giovani, europei, non specializzati, che per decenni hanno rappresentato il cuore pulsante della Londra multietnica che conosciamo.
Chiunque vorrà lavorare nel Regno Unito dovrà avere uno sponsor (cioè un’azienda disposta a “garantire” per lui, pagando anche migliaia di euro in burocrazia) e guadagnare almeno 35mila euro all’anno.
A questo si aggiungono le nuove misure in arrivo: niente visto per chi non parla bene inglese, restrizioni più dure per il ricongiungimento familiare, tempi raddoppiati per ottenere la residenza permanente (da 5 a 10 anni), e persino l’espulsione immediata per chi commette un reato.
Il messaggio è chiaro: il Regno Unito vuole meno migranti, anche regolari, e più manodopera locale. Non è un caso che tra gli obiettivi ci siano i quasi 9 milioni di britannici in età lavorativa che, al momento, non hanno un impiego.
Per favorire la loro reintegrazione nel mercato del lavoro, il governo vuole disincentivare le aziende ad assumere stranieri anche nel settore della sanità e dell’assistenza, dove mancano più di 100mila lavoratori.










