Oltre 10.000 hotel in tutta Europa hanno deciso di fare causa a Booking.com, accusandola di pratiche scorrette sui prezzi. Il motivo? Le cosiddette “clausole di parità”, regole che impedivano agli hotel di offrire tariffe più basse su altri siti o persino sul proprio. Questo significava che le strutture dovevano mantenere prezzi più alti, anche per coprire le commissioni alla piattaforma, che potevano arrivare fino al 25%.
Queste clausole sono state introdotte nel 2004 e, dopo le prime contestazioni, modificate nel 2015 in versione “ristretta”. Sono rimaste attive fino alla fine del 2024, quando il Digital Markets Act le ha fatte sparire del tutto. La class action è stata avviata nei Paesi Bassi, dove ha sede Booking.com, e gli hotel possono unirsi alla causa fino al 29 agosto 2025 per chiedere risarcimenti relativi al periodo 20042024.
Gli albergatori sostengono di aver perso prenotazioni dirette, guadagni e possibilità di creare un rapporto diretto con i clienti. Grazie a una fondazione olandese, potranno agire insieme senza costi legali personali, puntando a recuperare circa il 30% delle commissioni pagate, più gli interessi. Booking.com respinge le accuse e afferma che gli hotel erano liberi di fissare i propri prezzi, aggiungendo che la sentenza europea non rende automaticamente illegali queste clausole, ma richiede valutazioni caso per caso. Nonostante la controversia, la piattaforma controlla ancora oltre il 70% del mercato europeo delle prenotazioni.
Intanto, anche le associazioni dei consumatori olandesi hanno lanciato una propria azione, sostenendo che i viaggiatori abbiano pagato di più a causa di questi vincoli. In sole 24 ore hanno già raccolto 180.000 adesioni, segno che la questione non riguarda solo gli hotel, ma anche milioni di clienti.












