Il fallimento di Northvolt è un duro colpo per l’Europa, che puntava a diventare indipendente nella produzione di batterie senza dover dipendere da giganti asiatici come CATL e BYD. L’azienda svedese, nata con grandi ambizioni, è andata in crisi a causa della forte concorrenza cinese e di problemi finanziari e produttivi. Con un debito di 7,5 miliardi di euro e senza nuovi finanziamenti, ha dovuto arrendersi, nonostante i 9 miliardi di investimenti ricevuti da Volkswagen e Goldman Sachs. A peggiorare la situazione, si sono aggiunti ritardi nella produzione e la cancellazione di un finanziamento da 5 miliardi di dollari, oltre alla rescissione di un ordine BMW da 2 miliardi.
Questo fallimento lascia un vuoto nel settore delle batterie in Europa. Northvolt aveva in programma di raggiungere una capacità produttiva di 170 GWh, ma rappresentava solo il 7% della capacità totale prevista nel continente. Il rischio ora è che le aziende asiatiche rafforzino ancora di più il loro dominio, con CATL e LGES sempre più influenti. Inoltre, la crescente domanda di batterie LFP e il calo dei prezzi stanno mettendo in difficoltà i produttori europei. Per l’industria automobilistica, aziende come Porsche e Volkswagen dovranno cercare nuovi fornitori, aumentando l’incertezza sul futuro del settore in Europa.
Nel frattempo, gli investimenti cinesi continuano a crescere nel continente. CATL sta costruendo nuovi impianti in Germania, Ungheria e Spagna, in collaborazione con Stellantis.
L’impatto del fallimento di Northvolt si fa sentire anche sui lavoratori: Oltre 5.000 dipendenti sono coinvolti, di cui 1.800 iscritti al sindacato IF Metall. Molti di loro rischiano il licenziamento o la ricollocazione, mentre si valutano possibili riorganizzazioni aziendali e la vendita di alcuni asset per garantire la continuità di parte delle operazioni.










