La Federal Reserve ha deciso di lasciare invariati i tassi d’interesse tra il 4,25% e il 4,50%, ignorando ancora una volta le pressioni di Donald Trump, che continua a chiedere un taglio. Ma stavolta non tutti erano d’accordo: due membri del comitato, Bowman e Waller, avrebbero preferito abbassarli di 0,25 punti
Per il presidente della Fed, Jerome Powell, è una questione di tempismo: “Tagliare troppo presto rischia di rovinare i progressi contro l’inflazione. Ma tagliare troppo tardi potrebbe fare danni al lavoro”. L’obiettivo è azzeccare il momento giusto.
Intanto, l’economia americana sta rallentando. Nei primi sei mesi del 2025, il PIL è cresciuto solo dell’1,2%, mentre nel 2024 era salito del 2,5%. Il +3% registrato nel secondo trimestre sembra un dato falsato, non rappresentativo della realtà. I consumi e le esportazioni calano, gli investimenti delle aziende crescono, ma il settore immobiliare resta debole.
Il mercato del lavoro è ancora forte, con una disoccupazione bassa, ma ci sono segnali di fatica: meno domanda di lavoratori, meno offerte di lavoro. Tutto questo avvicina l’idea di un possibile taglio dei tassi, ma non subito.
Per quanto riguarda i prezzi, l’inflazione è ancora un po’ sopra il 2%, l’obiettivo della Fed. Una parte della colpa va ai dazi commerciali, che secondo le stime hanno spinto l’inflazione core (quella senza cibo ed energia) di 0,3-0,4 punti. L’effetto è reale, ma non si sa se durerà. La Fed vuole evitare che aumenti temporanei diventino la normalità.
La politica dei dazi è più chiara rispetto al passato, ma restano tante incognite. Powell ha definito il contesto “insolito”, con rischi sia per i prezzi che per il lavoro. “Non siamo ancora alla fine del percorso”, ha detto.
Powell ha anche chiarito che il costo del debito pubblico non influenza le scelte della Fed: “Il nostro compito è tenere sotto controllo l’inflazione e garantire occupazione. Nessuna banca centrale moderna prende decisioni pensando al bilancio dello Stato”.


















