La Germania sta affrontando una delle crisi demografiche più gravi d’Europa: entro il 2035, circa 4,8 milioni di lavoratori, pari al 9% della forza lavoro, andranno in pensione. A peggiorare la situazione, le ore lavorative tra le più basse dell’OCSE e una quota di lavoratori part-time ormai al 30%, più che raddoppiata dagli anni Novanta. Tutto questo ha portato a una crescente carenza di manodopera qualificata e a forti pressioni sul sistema di welfare.
Per rispondere a questa emergenza, il cancelliere Friedrich Merz ha lanciato il cosiddetto “piano pensione attiva”, una delle sue principali promesse elettorali. La misura prevede che i cittadini tedeschi che decideranno di lavorare oltre l’età pensionabile potranno guadagnare fino a 2.000 euro al mese esentasse. L’entrata in vigore è fissata per il 1 gennaio, con un costo stimato di 890 milioni di euro all’anno. L’iniziativa dovrebbe essere approvata dalla coalizione di governo formata da Merz e i Socialdemocratici.
Gli obiettivi del piano sono molteplici: mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, aumentare il tasso di occupazione, trattenere nelle aziende lavoratori esperti e stimolare la crescita economica e le entrate fiscali. Inoltre, sia i lavoratori che i datori di lavoro continueranno a versare i contributi sociali, garantendo risorse per sanità e pensioni.
Il modello tedesco guarda anche all’estero: in Grecia, un programma simile ha dato risultati notevoli, facendo salire il numero di pensionati lavoratori da 35.000 nel 2023 a 250.000 nel 2025, grazie a una tassazione agevolata del 10% sui redditi aggiuntivi. Berlino punta a replicare questo successo, rendendo il lavoro post-pensione un’opzione più conveniente e diffusa.
Secondo le stime, la Germania rinuncerà a circa 890 milioni di euro di tasse all’anno, ma i costi complessivi potrebbero arrivare a 1,4 miliardi con circa 340.000 lavoratori coinvolti.












