Negli ultimi anni, sempre più cittadini benestanti europei stanno trasferendo la propria residenza fiscale verso paesi a bassa tassazione, come Monaco, Svizzera o Dubai. Una fuga che preoccupa molti governi, alle prese con deficit post-pandemia e la necessità di nuove entrate. Da qui nasce la cosiddetta exit tax: una tassa sul valore dei beni non venduti, come azioni o partecipazioni, al momento del cambio di residenza fiscale.
Serve a scoraggiare l’espatrio dei più ricchi e garantire che paghino per i servizi pubblici utilizzati. Ma i dubbi non mancano: la tassa colpisce beni illiquidi difficili da valutare, ed è complesso riscuoterla quando il contribuente è già all’estero. Alcuni anticipano il trasferimento prima che i beni si rivalutino, come le startup in crescita.
Uno studente tedesco con 800.000 euro in azioni ha evitato una tassa da 200.000 euro tornando in patria. In Francia, una figlia residente all’estero è stata esclusa da un’eredità per evitare l’imposta.
Germania, Norvegia, Belgio e Francia già applicano l’exit tax. In Germania può arrivare al 45% su azioni oltre 500.000 euro. In Norvegia si tassa fino al 38%, anche dopo 5 anni all’estero. In Francia arriva al 30% oltre gli 800.000 euro. In Belgio è al 10%. Altri paesi, come USA, Canada e Australia, hanno norme simili. Il Regno Unito ci sta pensando.
Nonostante i freni, la fuga continua. La Svizzera resta una delle mete più ambite grazie al regime forfettario e alla stabilità. In Italia, niente exit tax: la flat tax da 200.000 euro attira sempre più expat, con Milano che ha accolto 4.500 nuovi residenti in otto anni.
Secondo l’esperto David Lesperance, l’exit tax penalizza chi ha beni difficili da liquidare. Tobias Stöhr nota che molti, pur volendo partire, alla fine restano. Thor Leegaard racconta che molte startup norvegesi espatriano prima di crescere. Philipp Zünd segnala un’ondata di nuovi arrivi in Svizzera da Regno Unito e Spagna.

















